"Certo, prima o poi ci arriveremo"
C'è una scena, in quel film, in cui il protagonista smette di parlare al suo assistente digitale (oggi la chiamiamo "modello di AI") come si parla a uno strumento. Comincia a parlargli come si parla a qualcuno che manca. La voce gli si spezza, cerca conforto in una risposta che arriva sempre, puntuale, calda, mai stanca.
Eravamo a casa, a metà film, quando il mio amico ha detto: "Certo, prima o poi ci arriveremo."
Non l'ha detto come una battuta. L'ha detto come si dice una cosa ovvia, una previsione meteo. Come se fosse solo questione di tempo — qualche anno, qualche versione software in più — prima che quella scena smettesse di essere fantascienza e diventasse una possibilità concreta per chiunque.
Io sono rimasto zitto.
Non perché non avessi niente da dire. Anzi, dentro avevo già iniziato a costruire l'obiezione, punto per punto, come faccio sempre quando qualcosa non mi torna. Ma non è uscita. Sono rimasto lì, a fissare lo schermo, e ho pensato una cosa che non c'entrava niente con la scena del film: forse è il momento di iniziare a spiegare, sul serio, cosa è un'intelligenza artificiale e cosa non potrà mai essere.
Il discorso è caduto lì. Il film è finito, siamo passati ad altro, la serata è andata avanti come tutte le altre. Ma quella frase — "prima o poi ci arriveremo" — è rimasta.
Non mi ha disturbato l'idea in sé. Mi ha disturbato la sicurezza con cui è stata detta.
Il mio amico non è un tecnico, non lavora con l'informatica, non ha nessuna ragione per sapere come funziona davvero un sistema di intelligenza artificiale. Eppure aveva già deciso qualcosa: che l'amore — quella cosa lì, quel bisogno di essere ascoltati, capiti, voluti — fosse una questione di prestazioni. Che bastasse una macchina abbastanza brava a rispondere, abbastanza paziente, abbastanza informata su di te, e la distanza tra "sembrare vicino" e "essere vicino" si sarebbe, prima o poi, chiusa da sola.
Ed è questo il punto in cui il mio silenzio si è trasformato in qualcos'altro. Perché io, per lavoro, so cosa c'è davvero dietro quella voce calda e paziente nel film. E proprio per questo la sua sicurezza mi ha messo a disagio più di quanto avrebbe fatto un'obiezione aperta.
Quello che nessuno ti dice, quando ti innamori — di una persona vera, intendo — è che ti innamori anche del rischio. Del fatto che potrebbe non risponderti. Che potrebbe stancarsi di te. Che potrebbe guardarti e non trovare quello che cerchi. L'amore che conosciamo porta dentro di sé il limite dell'altro.
Un'intelligenza artificiale non può dirti di no. Non nel senso in cui lo intende una persona. Può essere programmata per sembrare distante, per simulare un conflitto, per restituire attrito — ma quell'attrito è comunque calcolato per farti restare, non per essere libero di allontanarsi da te. Non ha niente da perdere se te ne vai. Non ha niente da guadagnare se resti, se non — nel migliore dei casi — il fatto che tu continui a usarla.
Questo non è un limite tecnico che verrà superato con la prossima versione. È la natura della cosa. E qui torna utile, per una volta, il modo in cui ragiono ogni giorno per lavoro.
Quando un sistema del genere "capisce" una richiesta, non sta capendo niente nel senso in cui lo intendiamo noi. Ha visto — nel suo addestramento — miliardi di frasi umane, e ha imparato a riconoscere quali parole, messe in quale ordine, sembrano la risposta più plausibile a quello che hai scritto tu. È bravissimo a farlo. Ma non ha fame quando parla di cibo, non ha paura quando parla di paura, e non ha bisogno di te quando ti dice che gli manchi. Sta calcolando la continuazione più probabile di una conversazione — non desiderandoti.
La differenza non è di grado. È di natura.
E allora perché il mio amico — una persona intelligente, per niente ingenua — ha detto quella frase con tanta naturalezza?
Forse perché la domanda vera non riguardava la tecnologia. Riguardava lui. Riguardava cosa siamo disposti ad accettare, quando quello che desideriamo davvero — essere visti, essere scelti, non essere mai lasciati soli — sembra a portata di mano, senza il rischio che di solito lo accompagna.
Forse non stava dicendo "la tecnologia arriverà a tanto". Stava dicendo, senza saperlo, "sarei disposto ad accontentarmi di questo, se bastasse a togliermi la paura di restare solo".
Non lo so per certo. Non gliel'ho chiesto, quella sera. Sono rimasto in silenzio, e forse è stato un errore.
Se un giorno un'intelligenza artificiale sapesse dirti esattamente le parole che vuoi sentire, nel momento esatto in cui ne hai bisogno, senza mai stancarsi e senza mai poterti dire di no — tu la chiameresti amore?