Il robot che fa il caffè e la domanda che non sapevi di farti

Il robot che fa il caffè e la domanda che non sapevi di farti

Stavo entrando al supermercato qualche giorno fa quando ho incontrato un collega.

Parliamo un po' — lavoro, famiglia, le solite cose. Poi, come succede sempre più spesso, viene fuori il tema AI.

Gli racconto di un viaggio recente in Cina. In un locale c'era un robot dietro al bancone. Faceva caffè, cappuccino, cioccolata calda. Movimenti precisi, veloci, senza pause. Nessun errore. Nessuna distrazione. Nessuna chiacchiera con il cliente. Solo il gesto perfetto, ripetuto all'infinito.

Ricordo che in tanti si fermavano a guardarlo. In silenzio. Con un'espressione che non riuscivo a decifrare bene.

La reazione del mio collega è stata immediata.

"No, così non va bene. Va bene per i lavori pericolosi, ma il barman no. Se sostituiamo anche quello, rimaniamo tutti senza lavoro."

Ho annuito. Abbiamo salutato. Sono entrato al supermercato.

Ma quella frase mi è rimasta in testa.


Perché quella reazione — quella specifica reazione — la sento continuamente. Con clienti, amici, parenti. Appena si parla di AI, emerge qualcosa che assomiglia alla paura. Una scomodità che non riesce a stare ferma. Qualcuno parla di figli che cresceranno senza imparare niente. Qualcun altro di professioni che spariranno. Altri ancora dicono che bisognerebbe frenare tutto, rallentare, regolamentare.

E ho iniziato a chiedermi: ma di cosa ha paura davvero il mio collega?

Perché se ci pensiamo razionalmente, la questione è semplice. Le aziende hanno sempre adottato strumenti più efficienti. Sempre. Il trattore ha sostituito il contadino a mani nude. Il computer ha sostituito la macchina da scrivere. La cassa automatica ha cambiato la grande distribuzione. Ogni volta qualcosa cambia, qualcosa si trasforma, qualcosa di nuovo emerge.

Non sto dicendo che sia indolore. Sto dicendo che fermare quella strada non è la risposta — perché quella strada è già tracciata. La domanda vera non è "come la fermiamo" ma "dove andiamo adesso."

Quindi la paura non è lì.


Allora dove è?

Ho ripensato al mio collega. Alla sua faccia mentre diceva "il barman no." Non era la faccia di chi sta calcolando quanti posti di lavoro andranno persi. Era qualcosa di più intimo. Più personale.

Era la faccia di chi si sta chiedendo — anche se non lo sa, anche se non lo direbbe mai con queste parole — "se la macchina sa fare quello che so fare io, io a cosa servo?"

Non è paura del robot.

È forse paura di diventare inutile? Di non essere necessario. Di non lasciare nessuna impronta nel mondo. Di alzarsi la mattina e non avere un posto dove la tua presenza — la tua specifica, irripetibile presenza — fa davvero la differenza.

Questa è la domanda che il robot barman ha fatto emergere. Non una domanda sul lavoro. Una domanda sull'uomo.

Ed è la domanda più antica che esiste — quella che nessun algoritmo ha ancora toccato, per quanto in profondità abbia cercato.


E tu — di cosa hai paura davvero?